Di tutte le sofferenze che ci troviamo ad affrontare nella vita, quella della morte di una persona cara è sicuramente la più dolorosa. Ci mette di fronte all’inevitabile realtà della nostra stessa finitezza, suscitando paura, attaccamento e un profondo senso di perdita.
Per certi versi, affrontare la morte di una persona cara è uguale a intraprendere un difficile percorso non tracciato, in cui abbiamo a disposizione solo una piccola torcia la cui luce non arriva abbastanza lontano, in cui gli ostacoli sono molti e tutti inaspettati, e la paura che proviamo è talmente forte da rischiare di prendere il sopravvento su ogni cosa. Proprio per questo, però, è anche il viaggio che, più di ogni altro, ci offre l’opportunità di conoscere davvero noi stessi.
Affrontare la morte di una persona cara ci costringe, inevitabilmente, a confrontarci con noi stessi, rivelando aspetti di noi che fino a quel momento non erano mai emersi. Ci potremmo scoprire arrabbiati in un modo nuovo, profondamente tristi; potremmo provare rimorso o un forte senso di rimpianto.
Il dolore di perdere qualcuno che amiamo non è solamente legato all’assenza fisica di quella persona, ma anche al ricordo che ne custodiamo: spesso, la sofferenza altera la percezione del passato, tingendolo di nostalgia; condiziona il presente, mostrandoci ogni momento attraverso il filtro della tristezza; e distorce il futuro, facendolo apparire vuoto e privo di significato senza quella persona accanto a noi.
A rendere il tutto ancora più complesso c’è che l’argomento della morte, nella nostra società contemporanea, non è socialmente accolto e accettato. La morte è un argomento che il più delle volte si preferisce evitare, che cambia il clima in una stanza, ed è naturale che sia così; è naturale distogliere lo sguardo da ciò che più di tutto ci spaventa e ci fa soffrire.
Ma, come per ogni cosa, a fare la differenza è come ne parliamo, come la affrontiamo, che atteggiamento abbiamo di fronte alla realtà inevitabile della morte, che cosa decidiamo di farci con questa esperienza.
Imparare a conoscersi significa anche scoprire di possedere una fonte inesauribile di coraggio, di forza, di potenzialità. Ecco che il come, in tal senso, diventa un po’ la nostra torcia per illuminare il percorso tortuoso che ci si para di fronte. Il come cambia tutto e, su questo, il Buddismo di Nichiren Daishonin offre la soluzione per illuminare ogni piccolo passo che ci troveremo a fare.
Partiamo dalle basi
Il Buddismo nasce per dare una risposta alle quattro grandi sofferenze dell’umanità: nascita, malattia, invecchiamento e morte. Perché siamo al mondo? Qual è la nostra missione? Perché, poi, dobbiamo morire?
Nel libro Hoben e Juryo, Daisaku Ikeda scrive:
Per gli esseri umani non c’è niente di così lontano e al contempo di così vicino come il mistero della nascita e della morte.
Daisaku Ikeda, Hoben e Juryo, Esperia, p. 143;
Siamo abituati a pensare alla morte come allo step finale della nostra vita, quello che ne sottolinea irrimediabilmente il termine. Ma il Buddismo offre una prospettiva diversa in cui la morte non è vista come la fine della vita, ma una sua fase naturale, parte di un ciclo più ampio. Vita e morte sono inseparabili, come le due facce di una stessa medaglia, e insieme regolano il ritmo universale dell’esistenza.
Il ciclo di vita e morte può essere paragonato all’alternarsi del sonno e della veglia. Proprio come il sonno ci prepara alle attività del giorno successivo, la morte è lo stato in cui ci riposiamo e ci rigeneriamo per una nuova vita.
Daisaku Ikeda, I misteri di nascita e morte, Esperia, p.89;
Dal punto di vista del Buddismo di Nichiren Daishonin, la vita è eterna e, quindi, la morte non rappresenta una fine, ma una continuazione:
La nostra vita originale coesiste con l’universo ed è senza inizio né fine. Quando si verificano certe condizioni, manifestiamo la nascita, poi recediamo nell’universo entrando nello stato di riposo.
Daisaku Ikeda, I misteri di nascita e morte, Esperia, p.90;
Questa è la morte per il Buddismo: uno stato di riposo che si alterna alla vita, lo stato di veglia. Ciò che davvero conta è come decidiamo di vivere, senza negare il dolore, ma trasformandolo in una spinta per approfondire il nostro percorso di crescita interiore. Ci sono molte cose della vita che sfuggono alla nostra comprensione, e tra queste, la più misteriosa siamo spesso noi stessi. Affrontare un dolore profondo, come la perdita di una persona cara, è uno di quei momenti che ci costringono a guardarci dentro e a scoprire aspetti di noi che forse non conoscevamo, permettendoci di definire con ancora più chiarezza la direzione che vogliamo dare ai nostri obiettivi e desideri per la vita.
La lezione invisibile della perdita
Si dice che comprendere la morte significhi approfondire la comprensione e l’apprezzamento per la vita.
Il Buddismo di Nichiren Daishonin non ci chiede di ignorare o reprimere il dolore della perdita, ma ci invita a trasformarlo in una forza capace di alimentare la nostra crescita interiore. Il dolore, se affrontato con coraggio, può diventare un potente motore per sviluppare compassione, saggezza e una determinazione ancora più profonda nel vivere pienamente.
Le sofferenze della vita sono inevitabili, ma possiamo trasformarle in illuminazione attraverso la nostra lotta interiore.
Daisaku Ikeda, Nuova rivoluzione umana, Esperia, vol.10, p.45;
In questo senso, lo strumento più potente per affrontare il dolore della perdita è la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. Questa pratica non è un semplice rituale, ma un mezzo concreto per trasformare la sofferenza e rafforzare il nostro cuore. Recitare Nam-myoho-renge-kyo ci permette di connetterci con la forza vitale universale, risvegliando dentro di noi una saggezza profonda e una resilienza in grado di guidarci anche nei momenti più difficili.
Daisaku Ikeda afferma:
Quando recitiamo daimoku con tutto il nostro cuore, possiamo trasformare il dolore in saggezza, la sofferenza in forza.
Daisaku Ikeda, La saggezza del sutra del loto, Esperia, vol.3, p.202;
La preghiera non cambia solo il nostro stato d’animo, ma trasforma attivamente la nostra realtà interiore, permettendoci di vedere il dolore con occhi diversi e di trovare un significato più profondo anche nelle esperienze più difficili.
Myo di Nam-myoho-renge-kyo ha diversi significati, e uno di questi è “pienamente dotato, che a sua volta significa “perfetto e completo”. [..] Myo significa rivitalizzare, rivitalizzare significa ritornare a vivere.”
Nichiren Daishonin, RSND, 1, 132;
È questo che accade quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo: torniamo a vivere, anche quando ci sentiamo persi e disperati, anche quando ci sembra impossibile provare di nuovo una felicità vera, possiamo sperimentare la profonda verità di queste parole, possiamo mantenere un legame profondo con i nostri cari, perché la vita non si spezza con la morte, ma continua a esistere in una dimensione più ampia. Recitando daimoku per loro, eleviamo non solo la nostra vita, ma anche la loro, rafforzando il filo invisibile che ci unisce al di là del tempo e dello spazio.
Dedicare la sofferenza a qualcosa di più grande
Questo significa che, invece di lasciare che la tristezza ci paralizzi, possiamo scegliere di canalizzare il nostro dolore in qualcosa di significativo. Ogni azione positiva che compiamo, ogni passo che facciamo per il nostro miglioramento e per la felicità delle persone, diventa un modo per mantenere vivo il legame con chi non c’è più. In questo modo, la loro esistenza continua a risplendere dentro di noi, trasformandosi in una fonte inesauribile di ispirazione e amore.
Ed è davvero così. La vita di una persona non finisce con la sua morte, e per quanto ci sia impossibile vedere fisicamente il manifestarsi eterno di quella vita, lo portiamo comunque dentro di noi, per tutta l’eternità. La verità è che noi possiamo superare la morte di una persona, ricordandola e onorandola attraverso le nostre azioni quotidiane, nel nostro decidere di superare quei limiti che ci provocano sofferenza, nell’agire diversamente da come abbiamo fatto fino a ieri, nell’essere felici, saggi, coraggiosi e compassionevoli.
Nel decidere come e a che cosa dedicare la nostra vita, quando ci volgiamo alla felicità, non lo stiamo facendo solo per noi stessi, ma per chiunque portiamo nel cuore. E allora, in ognuno di quei momenti, alla fine, ciò che rimarrà non sarà mancanza, ma valore. Perché più è dolorosa la situazione in cui ci troviamo, più grande il valore che produciamo.
Da ultimo, forse sembrerà un controsenso, ma c’è un’altra cosa che a nessuno verrebbe mai in mente di fare quando si soffre, ma, se la si fa, i risultati sono incredibili e certi: dedicarsi a incoraggiare gli altri.
Quando proviamo un grande dolore, il desiderio è di chiudersi in se stessi. A pochi viene naturale dedicare quel dolore a incoraggiare gli altri. Perché non ci si sente all’altezza di farlo, perché siamo tristi e viviamo in quella bolla di emozioni forti e difficili da condividere, perché ci vergogniamo.
Ma, la verità è che quando lo si fa, proprio in quel momento, si scopre che quel dolore appartiene anche a chi ci sta vicino, e che parlarne non solo crea legami profondi, ma ci aiuta a vedere le sfide della vita con occhi diversi. Così funziona il dolore: solo condividendolo possiamo davvero alleggerirlo.
È questo che accade quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo: siamo naturalmente propensi a condividere, a rompere i nostri gusci, a portare la nostra esperienza non come una storia triste, ma come una storia di incoraggiamenti costanti, di genuina trasformazione verso uno stato di felicità che non dipende da nessun evento e che è in grado di nascere proprio su quei terreni tortuosi e apparentemente infertili della sofferenza. In definitiva, dedicandosi agli altri, si scopre che la morte non è un ostacolo alla felicità, ma solo l’espediente più grande che abbiamo per scoprirla.